1992 - Fulvio Abbate

Fulvio Abbate “Enrico Lombardi, pittore delle rêverie” - catalogo “L’acqua dello sguardo” Milano ed. DMO 1992
Con quale sguardo, proprio così, con quale sguardo possiamo osservare, oggi - nel presente del finesecolo - i quadri di Enrico Lombardi? Diciamocelo pure, le armi della critica sono ormai spuntate, e le teorie zoppicano: s’allontanano malamente lungo una prospettiva illeggibile: un luogo nel quale la percezione delle cose s’affida all’incertezza del pensare il futuro; ciò che nella cultura del Moderno prende nome di progetto, neppure questo, gode buona salute. Eppure qualcosa dovrà restare, qualcosa che attraverso la pittura si mostri come testimonianza cosciente e innamorata del pensare il mondo, qualcosa che testimoni, insomma, la memoria del mondo, il suo cuore o le sue ceneri. Nel lavoro del pittore, si sa, talvolta è compreso il dovere supplementare di ridare al mondo le ragioni del sublime, nonché salvaguardarne l’essenza iniziale; parlo di qualcosa che un filosofo francese irriducibilmente mistico, un filosofo del fuoco ( un filosofo che scopro essere caro allo stesso Lombardi) ha individuato nella «metafisica dell’indimentiabile ». Ecco, credo di aver trovato, è alla metafisica dell'indimenticabile che fa ricorso per esistere la pittura di Lombardi. Se è vero che vuol essere, senza ombra di dubbio, una pittura della salvezza, ovvero una pittura che aspira a custodire il meglio del mondo e della sua memoria. È così, è da questo calcolo intellettuale, che in Lombardi appare il paesaggio. Un paesaggio pittorico in quanto tale. Quindi, nulla di più innaturale, nulla di più astratto, nulla di più virtuale. Un paesaggio-pensatoio-sentimento presidiato dalla costante espressiva della malinconia geometrica, dove  i volumi  delle  case s’affidano a una percezione assorta delle ere.
In apparenza è il paesaggio italiano, ma in filigrana è un luogo che appartiene ai paesi che hanno dimestichezza col dopostoria. Dovrà pure, il pittore, nel fine secolo traballante e privo di difese, trovare un proprio rifugio ideale, che so, un luogo che mantenga intatto il sentimento dell’esserci nel mondo in nome dell’armonia?
Ecco così un paesaggio solennemente composto - sia in senso formale sia in senso allegorico -, un paesaggio del tempo che custodisce e riafferma l’aspirazione al sublime.
Tuttavia, nello stesso tempo, i quadri di Lombardi nella loro successione narrativa  rinunciano ad essere i paesaggi della nostalgia pittorica. Dico questo perché in essi non s'avvertono affatto le stigmate dello spirito anacronistico che negli ultimi decenni talvolta s’è preoccupato di trasformare le tele in pietre tombali. La necessità poetica di Lombardi si trova infatti altrove: ha scelto d'esprimersi  in  forma di interrogativo, suggerendo l’idea della soglia; infatti i suoi quadri sembrerebbero porre la seguente domanda: Esiste ancora il mondo che narriamo? E se c’è, dove si trova? Non certo nelle vestigia, e neppure nel patrimonio architettonico che i secoli, andandosene, ci hanno lasciato. No, la storia c’entra ben poco con la pittura di Lombardi. Il sentimento che lo guida è un altro, è l’immobilità delle cose vere. È un concetto che riassume la possibilità di trovare una scienza delle emozioni in assenza di peso storico.
È singolare che debba essere proprio il pittore a tentare di salvare il mondo, quella pittura che nel tempo telematico ha scelto di portare con sé il respiro e l’incanto della rêverie.
Fra i quadri di Lombardi ce n’è uno che s'intitola ‘Tempo scaduto’.
Ed è questa un’affermazione, una dichiarazione di poetica. Quasi il pittore avesse individuato la distanza storica che separa il presente dai luoghi desideranti. Sarebbe fuorviante chiamare adesso in causa i gonfaloni del cosiddetto Novecentismo, rievocarli come presenze mute, come guardiani del mondo poetico di Lombardi; certo nessuno può negare che ora Carrà ora Morandi o, se corriamo all’indietro, la tradizione di un Piero, fanno capolino tra le ombre dei suoi paesaggi, ma in Lombardi questo paesaggio paradossalmente porta le ombre e la severità del dopostoria; è divenuto un luogo ideale, amministrato in prima istanza dal dominio del calcolo poetico piuttosto che dalla tautologia della natura e delle sue imitazioni. Non è neppure un paesaggio letterario, ha piuttosto l’esemplarità del tempo sospeso, o meglio, per usare le parole dell'artista, del tempo scaduto. Sulla tela s’innalzano dunque un’Umbria o una Toscana immaginarie e nel contempo concrete. Lombardi le sottopone al nostro sguardo attraverso il filtro della pittura. Ci offre un’elegia del paesaggio, un’ode cadenzata dai volumi del costruito e dalle ombre dei cipressi che segnano un limite, una soglia. Albero e ombra, forse, custodiscono l’assenza e l’enigma. Ma si tratta in verità di un enigma svelato che non attende nessun giudizio universale.
La pittura di Enrico Lombardi non ha bisogno di credere alla palingenesi, è cosciente del mondo, ne ha memoria, e talvolta sembra riepilogare la rêverie a se stessa, come fosse un esercizio di consapevolezza etica. Il mondo, in fondo, può continuare il suo cammino e allontanarsi nei suoi punti di fuga epocali, ma questa pittura non corre il rischio di perdere le certezze dell’incanto.