1993 - Claudio Spadoni

Claudio Spadoni “Pitture su carta 1990/92” – catalogo Cesena 1993
Ecco, direi piuttosto che Lombardi si è ritirato in una sua riserva , in un suo luogo ideale ma concretamente abitato da valori poetici coi quali dialogare. E magari confrontarsi. Per verificarne la tenuta, il carattere non transitorio, non contingente. Per cogliervi, se possibile, quel soffio di ‘eterno’ che nessuna speculazione, nessuna ragione analitica potrà dimostrare, ma nemmeno confutare in termini inoppugnabili.
È forse questo soffio che egli cerca nella fissità del paesaggio, nelle ombre stagnanti, nei grandi alberi immoti, nei muri rischiarati da una luce innaturale, e nei viali deserti, nelle acque profonde, e ferme. E in quelle note di colore che, ve ne fosse bisogno, allontanano subito il sospetto d’una trasposizione veristica, insomma di un naturalismo inerte. E quei viraggi ramati, quelle tonalità fredde come di una notte stagnante, interminabile. E quel sottile brivido dell’imperfezione. Un angolo smangiato, la sbavatura d’un colore, un tratto approssimativo, un'incrinatura prospettica. Cose fisiche. Cose mentali. Cose che si possono dire solo attraverso la pittura; una pittura che racconta se stessa, le proprie consapevolezze e i propri dubbi, gli azzardi di corrispondenze oscure e la lucida obiettività di ciò che appartiene alla finzione. Ossia, etimologicamente, alla capacità di figurare, dar forma, immaginare. Ma è una finzione nutrita di qualcosa lungamente sedimentato nella coscienza, o magari sfiorata dalla sensazione indefinibile d'aver incontrato in un’immagine quotidiana, familiare, una presenza diversa, non si sa se nuova o antica. Qualcosa, forse, che non ha tempo. Si dirà nostalgico tutto questo? Se può esserlo, credo che lo si debba intendere come nostalgia per quel pensiero visivo che è stata, che può ancora essere la pittura, per le sue non surrogabili qualità. Nostalgia, o forse meglio, memoria attiva. Lombardi sa bene che questo luogo della coscienza può tradursi in una zona limite, e che la pittura non può che assumersene tutti i rischi. Quello, intanto, di “attingere - sono parole sue- al fondo immobile di noi stessi”, in palese contrasto coi principi più divulgati dell'arte d'oggi. Ma con la consapevolezza che in quei luoghi notturni, in quei suoi paesi disabitati, il pensiero e i sensi possono essere più vigili e profondi che non tra le chiassose, diurne frequentazioni di spazi votati alla leggerezza e al vuoto splendore dei feticci del nostro tempo.