1994 - Claudio Spadoni

Claudio Spadoni “Luoghi del mai” - catalogo Ischia (Na) 1994
Da tempo Enrico Lombardi s’è inoltrato in luoghi della pittura che non ammettono diversioni. Luoghi, in apparenza, fors’anche familiari, o in qualche modo conosciuti; come certe città, certi spazi che nel sogno ci paiono non nuovi, pur risultando, al tempo stesso, densi di mistero. Li chiama ‘Luoghi postumi’, ed il riferimento più immediato è alle architetture, ai giardini, alle vedute bloccate in un’ora, in una stagione senza tempo. O di un tempo diverso, ‘altro’, come nel sogno appunto, o in certe associazioni della memoria, strane, spaesanti. Ma a scanso di equivoci, nemmeno l’ombra di divagazioni surrealiste sfiora la pittura di Lombardi. Questi vogliono essere luoghi postumi anche per le faccende dell’inconscio, che, sappiamo bene, sono state piegate ormai ad ogni uso e abuso. E subito sarà opportuno precisare che anche gli altri possibili richiami a formule critiche, passate o recenti, si scontrerebbero con la determinazione del pittore ad inoltrarsi, senza il conforto di compagnie più o meno gratificanti, in questi luoghi della sua meditazione, e insieme, della sua ossessione.
In questi luoghi si va soli. Non si può condividere con alcuno la vertigine di un pensiero della pittura che contraddice ogni buona norma di attualità, ogni ragione di un tempo che, le ragioni, le trova già confezionate alla bisogna e servite pronte all’uso. E certe scelte, forse, si fanno per sempre. Questi luoghi evocati da Lombardi sono luoghi della pittura mai definitivamente conoscibili, mai totalmente esperibili entro lo spazio della pittura, per chi come lui decida che essa è il mezzo e insieme il fine della propria ricerca. La pittura è lo spazio chiuso, l’ideale cerchio in cui tutto è inscritto e tutto tende a dilatarsi, a sfuggire. Più lo si cerca, il centro, il fondo di quei luoghi, e più lo si rinserra in uno spazio di scandagli, di riflessioni, di analisi lucide fino al maniacale, più esso adesca il pittore verso un miraggio ancor più denso di rimandi, di rifrazioni, di stordenti ambiguità. Lombardi lo sa bene, ed è appunto la consapevolezza di tale scelta, anzi di tale azzardo, a rendere il suo lavoro così, in apparenza, inattuale.
Ma di un’attualità così protervamente votata alla facile messa in scena del ‘banale’, alla perdita irredimibile di un’identità dell'individuo, non sa che farsene. Se tutto, ormai, rientra nella logica del ready-made, o di una pittura che cerca altrove le proprie figure, una perduta e anzi svenduta identità, e le ragioni stesse di una chiassosa quanto umiliata sopravvivenza, meglio giocare a carte scoperte la partita. Dipingere, cioè, senza maschere, senza accattivanti contaminazioni, nella ricerca di una qualità dichiarata nel suo presupposto storico. Ora parla, Lombardi, del Beato Angelico, di Piero della Francesca o di Domenico Veneziano. Conosce l’insidia della citazione, di una celebrazione anacronistica, di un rapporto proposto in un tempo che ha bruciato ogni idea di continuità dei valori, ogni pensiero di durata. Ma  questa è, per lui, la posta in gioco: la durata. Un pensiero del tempo sottratto all'usura vertiginosa del consumo, ad un divenire immemore, ad un'ebbrezza dei rituali di massa, dei miti collettivi creati per una stagione.