1997 - Francesco Giardinazzo

Francesco Giardinazzo da “3 poeti per i cieli di Enrico” – catalogo “Luoghi postumi” Bologna 1997
Penso a questa pittura come ad una rivisitazione castamente romanica, dove tuttavia il sigillo del platonismo, del passaggio dal divino all'umano avvenga, come affermava proprio Florenskji, per osmosi fra divino e umano, un’arte della discesa, dal tempo fortemente teleologico, «un cristallo di tempo nello spazio immaginario» .
Il postumo diventa anche ciò che precede l’uomo, e la natura dominante, il fantastico periodare delle stagioni che la forza primigenia del mito dispone in una qualche volontà, sebbene inconoscibile. È una gerarchia dell’isolamento dove solitudine e tenacia proiettano una narrazione, una storia senza attori: questo è il paradosso sublime di ciò che è postumo.
Cieli campiti sulla desolazione, sulla fine di una luce assoluta a favore di una incerta luna o di fuochi che nessuno sorveglia e che ardono. I particolari architettonici che dovrebbero situare nel tempo le cose sono invece forme geometriche purissime, eterne forme della mente divina come le immaginò Platone. E tutto questo, radunato volta a volta entro la misura della tela sembra costringerci a vedere come delle preziose miniature di un libro della memoria che si sta smarrendo, che leggendo si cancella. Una pittura rovinista, se vogliamo, particolarissima, dove non è l’edificio ad essere distrutto, ma piuttosto dove si afferma che l’uomo è costruttore di rovine, fermando l’immagine in un’apocalisse incruenta, ad un disastro dove solo quegli artefici sono svaniti e il loro divenire nel tempo coagulato come il sangue di una ferita.