2000 - Alessandro Riva

Alessandro Riva “(meta) luoghi temporaneamente autonomi”, catalogo “Dimore”, Avellino 2000
L’antropologo francese Marc Augé ha individuato, nel suo più che citato Nonluoghi, negli spazi caratteristici della surmodernità - areoporti, autostrade, grandi magazzini, duty free - il paradosso di un’epoca - la nostra - che concentra il senso della propria quotidianità in spazi che sono sostanzialmente luoghi (o, appunto, nonluoghi) di transito, di movimento temporaneo e che conservano ancora solamente nella gabbia ristretta di un cartellone, di un’indicazione stradale o di una pubblicità il senso nominale (e astratto) dei luoghi, intesi come spazi fisici, statici, che hanno fondato la loro stessa storia: “Il nonluogo”, scrive Augé, "prende in prestito le sue parole dal territorio, come sulle autostrade dove le aree di sosta sono a volte designate in riferimento a qualche attributo particolare e misterioso dei territorio”. I nonluoghi tipici della surmodernità diventano così dei veri paradossi geografici luoghi di transito che contengono dentro di sé la memoria, o soltanto l'idea, dei territorio con cui sono in relazione.
Di questo continuo e inestricabile paradosso, anche i luoghi di Enrico Lombardi - sebbene formalmente lontani anni - luce dai nonluoghi di Augé - sono in qualche modo una metafora e un vessillo. Enrico ha infatti, in questo suo ultimo ciclo di lavori, letteralmente fondato un luogo (o una serie dì luoghi) che, pur contenendo in sé la forma esasperata dei viaggio, del transito da uno spazio all'altro, porta in realtà il nome (e il senso) della dimora - che è, o dovrebbe essere, l'esatto opposto dei transito (“Luoghi e nonluoghi si oppongono (o si evocano) come i termini e le nozioni che permettono di descriverli ... noi possiamo opporre le realtà dei transito ... a quelle della residenza e della dimora”, scrive ancora Augé). Le dimore di Enrico sono infatti luoghi che contengono in sé, metaforicamente, il senso del paesaggio esterno e di quello interno, del fuori e del dentro, dello spazio dell'intimità e dello spazio dell'apparenza. Sono paradossi geometrici, zone di apertura psicogeografica che, come le città solcate dai folli (e lucidissimi) ricognitori situazionisti, vanno percorse senza certezze e senza paradigmi mentali, lungo direttive che sono allo stesso tempo passionali (la nostra e la sua memoria dei luoghi) e oggettive (la complessa sovrastruttura di idee, di leggende e di preconcetti che di quegli stessi luoghi abbiamo assunto nel corso del tempo). Quelli di Lombardi sono in realtà, se non dei nonluoghi, dei metaluoghi, spazi che rimandano all’idea di altri spazi che la nostra memoria ha conosciuto in passato, e che di questa idea, o di questo ricordo, conservano insieme l'idea dei luogo chiuso (l'infanzia, appunto) e del viaggio, del transito (il cammino che abbiamo fatto per arrivare fin qui), dell’ordine e del caos, della logica e del delirio, della realtà e dell’utopia. Sono paradossi psichici la cui mappa appare -volutamente- impossibile da tracciare, così come a prima vista sembrerebbe impossibile seguire, razionalmente, il percorso dei famoso nastro di Moebius. E proprio in questa loro lucida, geometrica follia risiede la loro sottile ma inesorabile carica eversiva.