2002 - Alessandro Riva

Alessando Riva da “Enrico Lombardi o la perversione dello spazio” nel catalogo “Lo spazio ritrovato” (Galleria Forni Bologna 2002)
C’è una metafora che è cara a Enrico Lombardi, e che ritorna spesso, quasi sotterraneamente, come un invisibile fil rouge da cui è tuttavia impossibile prescindere, nel suo lavoro e nei suoi scritti.
È quella dello stare separato. Stare separato da sè, dalla propria identità apparente, esteriore (di pittore di paesaggi, di pittore per così dire “classico”, o per meglio dire “primitivo” nel senso letterale del termine, comunque a-contemporaneo, di vocazione trecentista), e in definitiva stare separato anche dal proprio lavoro pittorico tout court: quasi l'artista sentisse il bisogno interiore, inevitabile, fatale di prendere le distanze da sè e dal proprio lavoro - di trattare, cioè, il proprio lavoro di pittore (quello che si sporca le mani, che lavora coi colori e con la luce, come da sempre fanno e sanno fare i pittori) come un esercizio, anzi, più che come un esercizio una sfida, insieme intellettuale e visiva, seducente nella sua apparente semplicità e piacevolezza esteriore e vagamente inquietante per la complessità dell'impalcatura concettuale e compositiva che la regge (case che escono da altre case che sembrano partorire a loro volta altrettante case, geometrie di luci che nascono da ombre e di ombre che contengono in sè la luce, e , poi archi che non delimitano un fuori da un dentro ma un fuori da un altro fuori uguale e diverso da sè, fabbriche che imitano chiese e chiese che imitano fabbriche e via dicendo, in un crescendo impazzito di riferimenti che saltano e che si incrociano e di geometrie che paiono rincorrere più la struttura impazzita della geometria frattale piuttosto che quella della geometria euclidea); un'impalcatura, dunque, insieme seducente e ostica, a tratti persino respingente a causa della sua natura doppia o tripla o quadrupla, di certo insidiosa, astrusamente e volutamente machiavellica, esceriana, quasi ci trovassimo di fronte a una strana trappola del vedere, a un paradosso visivo, a un gioco pittorico e linguistico che coniuga dentro di sè vista e intelletto, architettura e ragionamento, e che utilizza si il linguaggio della pittura, i suoi codici interni, i suoi riferimenti storici e compositivi, ma che ha a che fare, in maniera latente quanto profonda, anche con i temi e i riferimenti tipici del dibattito contemporaneo: da quello sul luogo e il nonluogo a quello sul reale e il virtuale fino all'invadenza e all'autoreferenzialità delle immagini e alla perdita di confini tra realtà e finzione.