2002 - Silvia Lagorio

Silvia Lagorio - dal testo di presentazione del catalogo “Memorie” - Meldola (Fc) 2002
Una sera a cena da amici. Nonostante - direi - il piacere della conversa-zione e la sua discreta ma calda intimità, il mio sguardo continua a es-sere afferrato da un quadro appeso alla parete che in realtà posso sol-tanto intravvedere. Le luci non sono forti e lui è scuro. Eppure questa operazione - vedere un po’ e un po’ immaginare -m’impegna fino a quando non decido di alzarmi per guardare.
Al fine di descrivere la particolare forza di attrazione che le dimore di Enrico Lombardi posseggono, quella forza captativa che ha determinato l’esperienza appena descritta e dunque il mio essere presente qui in qualità di testimone, vorrei provare a indagare due effetti da esse inten-samente suscitati, costitutivi, mi pare, della cifra complessiva dell’opera di Lombardi: uno è legato alla simultaneità di vicinanza/lontananza, l’altro è relativo al silenzio. Sia che incombano sia che si trovino, piccole piccole, in un punto della tela, le dimore che Lombardi ci presenta sono vicine e lontane allo stesso tempo e si situano su una soglia, “stanno nella soglia” -come si intitola appunto un quadro significativo -, parlano cioè di un terzo spazio che non ha a che fare con la realtà esterna ma neppure con quella che definiamo interna. Come la psicoanalisi ci ha insegnato, una certa dimestichezza con questa soglia ci soccorre nel corso della vita ricomponendo in continuazione le fratture e le discrepanze che segnano il faticoso e mai concluso processo di raffronto tra i desideri e le pretese della realtà, tra ciò che vorremmo fosse e ciò che è. Per questa ragione, la soglia ha un valore sacro e stare nella soglia corrisponde al tentativo sempre perseguito di salvare qualcosa del mondo, attraverso un paziente e duro lavoro di conoscenza e di confidenza con quegli oggetti sfuggenti che sono i simboli.

La pittura di Enrico Lombardi non è solo dunque (come ci fa sapere) un monumento al congedo, non rappresenta soltanto quell’assoluta preca-rietà cui il morso del tempo instancabile condanna; essa schiude anche un desiderio di sospensione. Il silenzio domina questa condizione cer-tamente simile a quella del sogno. Entrambi, per caso o per una specie di prodigio, ci restituiscono memorie inaccessibili, un tempo differente senza il quale la vita diurna sarebbe infinitamente più misera, le nostre case infinitamente più provvisorie.