2006 - Marco Di Capua

Marco di Capua “Le notti bianche (due)” - Catalogo “Aria di vetro” – Galleria Forni Milano 2006
Anzi tre. Le Notti bianche sono almeno tre. Perché tra queste che adesso hai sotto gli occhi e i ricordi di un sognatore di Dostoevskij c’è il film di Luchino Visconti, ci sono Mastroianni e Maria Shell che vagano e si cercano in una specie di struggente Livorno di garza lunare, c’è il cinema fatto in un teatro di posa, dove la scenografia è tutto e la realtà è dimenticata e ricreata. Insomma: finzione, sentimentalità, visioni di quinte spaesanti. Quella roba lì. Con Visconti simultaneamente realista e astratto. Come Lombardi. Per la precisione: Enrico Lombardi, gran bel nome viscontiano, se ci pensi.
Sto a quanto mi dice Enrico: lui pensa, anzi sente che il mondo è sempre in fuga, ha ragione, e questo lo strazia, così ne salva dei pezzi, li recupera, li fissa per sempre: ricordi, persistenze, resistenze, volontà di non lasciarsi estinguere… Tutta quest’opera è coperta dal velo del congedo e, nel contempo, del ritrovamento. Pezzi di mondo che vanno e vengono. Buona pista per capire cosa hai qui: un colore, una parte di muro e zac tutto ritorna, intere schiere di case filano come maglie di una catena infinita, rosario snocciolato di città e realtà perdute. D’altra parte al cervello di Proust bastò anche meno: un biscotto, altro che mnemotecnica, e si iniettò nelle vene un’overdose di tempo, con gran dilatazione multisensoriale da lasciarci secchi per generazioni.
Poi però ti viene in mente un’altra pista da seguire, che magari sembra opposta alla prima e invece, sotto sotto, magari è la stessa. Comunque: ci sono un sacco di modi per contemplare il vuoto, e questo è uno di quei modi. Lascia stare che qui vedi pur sempre qualcosa, case, alberi, ponti sospesi, giardini chiusi, ciminiere, vecchie fabbriche, cieli… lascia stare, perché non è vero: stai vedendo il vuoto. Sei idealmente accanto a Honda, il protagonista della tetralogia di Yukio Mishima Il mare della fertilità, che alla fine di tutto è condotto da una  badessa nel cortile interno di un monastero, tra mura che incorniciano un cielo perfettamente vuoto. Quattro lunghissimi libri finiscono lì: davanti a un cortile e a un cielo vuoti. Pazzesco. Nel romanzo di Mishima c’era un sacco di sole. Accecante. Qui è notte, falciata da flash innaturali, da spot di origine misteriosa, da raggi che cadono obliquamente, come cade la pioggia sulla terra. Non c’è il sole, né l’azzurro, ma sei dalle parti di Mishima, giuro, sei nella zona del vuoto. Se hai capito questo, tutto diventa un po’ più chiaro. Questi sono quadri di risonanze, e ciò che guardi è l’eco di un’immagine, un mondo che si spoglia, si spolpa, si sporge e si specchia nell’acqua rimasta sul fondo di un catino di bronzo, copia rifranta di un’originale che non vedi. Che forse manco esiste.
Passi la vita ad ascoltare e a vedere cose, ma poi quante te ne restano tra le mani? Una manciata. Pochissimo ti ha nutrito. Credo che Enrico si attenga all’essenziale, al suo cànone, punta al nocciolo della questione. Come tutti: ha girato nella propria testa cercando una qualche patria, e quando l’ha trovata quanta grazia! perché siamo sempre esuli no? aneliamo al ritorno a o di qualcosa senza sapere bene di che si tratti… Dunque: quali sono i miei Dèi? “Vorrei essere come un antico pittore di icone”, dice. C’è parecchio spirito di devozione in questo monaco anarchico, in questo mistico libertario che cerca e trova la propria libertà in una meravigliosa, dolcissima e intimissima carcerazione volontaria, in una prigionia ben congegnata, implacabile, tra torri di guardia e fortificazioni, là dove non penetra nulla di osceno, di corrotto, non l’orrore quotidiano né il rumore del mondo, non la chiacchiera planetaria, non la comunicazione, e dunque là si è liberi davvero, accidenti: finestre alte, come feritoie, molto piccole, e apritele il meno possibile per favore. Guarda: là non si affaccia nessuno…
Enrico ama rifare i propri gesti, tornare sui propri passi. Si muove per cicli. Si espande per serie. Avverte il richiamo irresistibile della monotonia. È sedotto dalla rinuncia. Negli artisti seriali, in coloro che si ripetono, l’azione unica e straziante è esclusa, bandita. La ripetizione agisce come un agente di provocazione intellettuale, e depotenzia e alla fine vanifica qualsiasi condizione tragica. Per questo, artisti così ti purificano. La moltiplicazione e la variazione su tema del loro mondo ti alleggeriscono. 
Ecco allora l’inaccessibile, il rifugio da qualsiasi tempesta. Quadri che ti fanno pensare: vorrei essere lì. Almeno per un po’. Fossi lì sarei al riparo, mi dico. Perché la mancanza della furia, te la puoi immaginare. La fine di ogni impazienza, la puoi anche auspicare. Stai già meglio, no? Misteriosi cenobiti in clausura, te li vedi, forse sono i nostri stessi pensieri e desideri. Custoditi bene e purificati per quel che si può. Protetti dietro toste mura: solo un fruscio di sandali sulle pietre e un gorgoglio di acqua di pozzo, là dietro, lassù. Gli idioti credono che stare chiusi e non fare nulla, se non pregare e contemplare, sia inutile. Semplicemente: è. Foglie che cadono, sono superflue pure loro, ma perfette. La perfezione non è utile, vi do questa notizia. Non è utile, non produce nulla: è solo perfezione cadente. Una meraviglia.
Avrete notato: Enrico costruisce parecchio, è un meticoloso architetto, ma non edifica sulla terra. Non c’è suolo per lui. I suoi quadri emergono, affiorano, si alzano sopra il nulla, su un fondo che non esiste, simili a tostissimi stopper messi lì di fronte all’attacco di luce e vento. Solidissimi, sembrano il parto, la visione di nebbie basse, ma così basse da restare fuori campo. Nessuna origine né fine. Una specie di flusso verso l’alto è l’unico movimento cui questi quadri accennano: nascere salendo. La saldezza fa a meno delle sue stesse radici? Non so, ma vedo tutto questo sgranchirsi e articolarsi di spazi senza un vero piano d’appoggio. Conficcati nel nulla. Aria d’alta quota. Anzi aria di altri pianeti. Ma ci sarà abbastanza ossigeno lì? Tutte ‘ste luci e questo colore noncolore, rossastro-verdastro-boh, ti danno la sensazione di essere arrivato in un altro punto del sistema solare. Altro che alberi volanti. Qui tutto se ne è andato da un’altra parte, credetemi. L’Italia più remota è diventata cosmica. Giotto e Piero della Francesca sono stati sparati in orbita. Ti sintonizzano con ciò che ancora non conosci, non sai. Hanno colonizzato altri mondi.
“Faccio scricchiolare l’immagine”, è un’espressione di Enrico e mi piace. Funziona. Pensi a una piccola scossa di terremoto, una di quelle che non sai se scendere in strada o andare sotto la trave maestra o startene lì, ad aspettare, e scegli la terza opzione. Senti lo scricchiolio ma tutto resta com’era, col ricordo di un pericolo però… Nei dipinti di Lombardi sento l’ordine che nasconde il caos, questo davvero è un mondo accampato ai margini di una vertigine e caos e vertigine premono e soffiano contro queste mura, invano. Vuol dire che questi quadri sono complessi, non complicati: complessi. Ora: è così che deve essere. Mica tutto deve essere facile. Può essere semplice, il che è difficile a farsi, ma non facile. Mi spiego? L’arte deve farci lavorare il cervello, frizionarci lo sguardo. Quella vera, dico. Altrimenti ti meriti Jeff Koons amico. Te lo meriti tutto.
Per esempio: prendi qui anche solo una cosa apparentemente secondaria come i fondi. Cioè dopo aver notato quanto la scena sia ad alto impatto tridimensionale, tanto che l’immagine ambisce ad essere quasi un oggetto, tu guarda sul fondo. Le superfici d’appoggio a volere essere esatti. Schermi. Ti vengono in mente non fondi di pittura tradizionale ma schermi. Che so, il colore di un computer quando è spento. E anche l’immagine sembra trattata digitalmente. E’ lo spirito dei tempi, bellezza. Il Sassetta resuscitato nell’età del virtuale. Poi dici figurativo? Mah… Lombardi è un artista geometrico e astratto, non meno di Barnett Newmann o Ad Reinhardt. A proposito, sempre circa questi fascinosi fondi che Enrico lavora e vela a lungo, questi agglutinamenti di gas, non ti ricordano le stesse profondità anonime e silenziose in cui si perdeva l’occhio di Rothko? Poi dici figurativo.
Il vuoto d’altra parte mica è vuoto. Detto così magari suona male, ma davvero la percepisci l’energia che c’è prima che le cose diventino visibili, il così detto stato nascente. E senti anche la forza che tutto può inghiottire. Se il mondo è solo un passaggio e a ogni secondo ogni cosa è già perduta, vabé proviamo nostalgie e malinconie, salviamone qualche pezzo ma impariamo anche il distacco. E il distacco, questa specie di indifferenza, è stile.
Ancora l’illusione, poiché tutto è illusione e gioco serio, che la facciata del palazzo da cui noi guardiamo (palazzo? noi?) sia proiettata sul quadro. Finestre luminose colpite dai flash di un sole (il sole?) fuori campo. Ok: vi presento la mente che guarda se stessa.  La città è invisibile.