2009 - Antonella Anedda

Antonella Anedda "Parlare inosservati" nel Catalogo "Il tempo dell'ombra", Ravenna 2009

                                                          PARLARE INOSSERVATI

“Non dipingo per esprimermi, né per trovare il mio senso.
Dipingo per dimenticarmi, per disabitarmi, per abbandonarmi.”
                                                                                        
                                                                                                  Enrico Lombardi



Case, cespugli, cipressi, pini.
Viali su cui si rovesciano le ombre, tetti appuntiti. Monti appuntiti.
Colonne, cupole che potrebbero essere anche chiome di alberi.
Non c’è altro?
Non c’è altro.
Ci sono persone?
Nessuno.
Che tipo di luce?
A volte notturna: blu-cobalto,
altre mattutina: giallo-ghiaccio.
Altre ancora serale: un marmo con venature rosse.
C’è sole?
Forse, ma misto a pioggia bloccata in gocce grigio-ferro.
E’ tutto dietro un vetro?
Sembra.
Potrebbero esserci specchi?
Forse,ma per simulare l'acqua di un torrente o di un lago, come nei presepi.
Fuochi?
Sì, dritti come fusi o spezzati nei fulmini, ma niente fumo.
Fuochi bianchi, tesi da fiotti di cenere.
Sono città?
Brani di città, le parti più nascoste: cortili, angoli, orti.
Orti conclusi, giardini senza fiori.
Il cielo?
E' senza uccelli. Non ci sono nuvole.
Il cielo è pieno di terra come in Masaccio.
Siamo nel deserto?
Siamo in un deserto di case, cipressi, pini, cespugli
o in Tebaidi arse da incendi che vanno dritti al cielo.
Siamo in un luogo senza odore.
Tempeste, vento? Come in Turner?
No. L'aria è immobile.
Pensi a dei nomi? Magritte? De Chirico? Klee e Macke in Tunisia?
Si, ma anche Cézanne davanti alla Sainte Victoire che cerca di dare spessore alla durata e più indietro Beato Angelico quando appunto dipinge la Tebaide che qui però è senza monaci.
C'è silenzio?
Un silenzio potente. Ingrossa come il mare. Inghiotte i quadri.


Nel catalogo di una mostra del 2003 intitolato “Le ultime lacrime di Bisanzio” Rocco Ronchi definiva la pittura di Enrico Lombardi  “inclassificabile, paradossale, perversa”. I termini rendevano conto di un'opera apparentemente semplice, apparentemente familiare, apparentemente rimandabile, senza sforzo,  a qualcosa – o a qualcuno- di già conosciuto. Paradossalmente invece quella pittura così lineare era perversa. Nel senso esatto del termine: Lombardi  inverte l'ordine  delle cose, lo sconvolge. Ma questo avviene  impercettibilmente,  quanto basta a farci dubitare di essere in errore. Quanto basta a trattenerci davanti alle immagini. Chi guarda si chiede se ha visto bene. Guarda ancora, cerca di decifrare la sua inquietudine, si chiede come sia possibile che una pittura tanto esatta produca sgomento, come sia possibile che confonda. Poi si accorge che in effetti le porte si aprono al contrario, che lo strombo di una finestra è insensato, che una determinata ombra è impensabile. Se è notte, come suggerisce il cielo, allora non può esserci quel riverbero. Se è giorno, quel buio è una catastrofe, quel tono l'annuncio di un'apocalisse.
I rovesci di Lombardi non sono casuali, ma meditati, volutamente slittanti all'interno di una struttura impeccabile, allarmanti  attraverso l'esercizio della quiete, devianti nel rigore. Potenziano un'attesa, gonfiano l'ansia di chi guarda, trattengono il fiato insieme allo sguardo.
La perversione salva quest'opera da ogni classifica. Avevamo pronti i nomi, le etichette, le categorie: sono inservibili.
Volevamo individuare l'ora, capire il tempo e non possiamo, se non a costo di perderci e non sapere dove siamo, come quando ci svegliamo di colpo in un posto sconosciuto.
Volevamo dire: so cosa guardo. Invece proprio la consuetudine dilata l'impotenza.
Lombardi scrive di essere affascinato dalle soglie, luoghi  di accoglienza e di separazione, spazi che possono proteggere o scacciare. Sulle soglie (con tutto l'eco letterario e filosofico che ha questa parola)  il saluto è ambiguo, può annunciare l'ingresso nella casa o sigillare un congedo. Nella soglia il tempo è minimo come la striscia di spazio in cui avviene il gesto di accoglienza o rifiuto, di benvenuto o di abbandono.
E' vero, il silenzio intride questi muri. Li trasforma in icone che nel silenzio sigillano l'io-tu dello sguardo. Come sa ogni amante dell'icona, e Lombardi lo è -penso alla straordinaria tela: La seconda  iconostasi del 1995- tutto è questione di luce, ripetizione, fiducia.
Ripetere una forma significa avere fiducia nella concentrazione di un gesto, nella sua luce. Il pittore di icone sa che deve dimenticarsi nel volto che dipinge, abbandonare il resto, non avere casa se non lo spazio di una cella, non avere prospettive. Ripenso alle parole  di Lombardi nell'epigrafe:”....dipingo per dimenticarmi, disabitarmi, abbandonarmi.” Faccio scorrere sullo schermo del computer le riproduzioni dei suoi quadri: sono simili e sempre diverse, modulate  sui titoli. Non cambiano i dettagli, ma l'esposizione, l'incrinatura. Siamo costretti a riguardare, a tornare sui nostri passi, a usare il tempo più malinconico: l'imperfetto:

Questa era la casa
Questi i cespugli
Questi i pini e i cipressi
Queste le colonne,
i monti e i fuochi
le cupole simili a pini
virate sul viola delle meduse.
 

 Percorro  tele come Abbandono, guardo di nuovo Transito,e di nuovo ancora Nella parte abbandonata, Nel giardino deserto. Dispersi, Melozzo delle ombre. Vedo colate di monti, arcate fantasma, spettri di erbe, una neve di nuvola che si infittisce in un cipresso un alone che fa da specchio ai tronchi. Difficile immaginare chi ha dipinto, impossibile percepirne la fatica. Il pittore vuole, come dice attraverso un altro suo titolo: passare inosservato. Le immagini sembrano essere lì da sempre. Sono i “luoghi postumi” a cui Lombardi ha dedicato un ciclo di grande bellezza quelli che -come scrive ancora Ronchi “arrivano troppo tardi”.Sono lo spazio di un sentimento che i russi chiamano “taskà”: nostalgia per il futuro, struggimento per ciò che non è stato, certezza che non sarà.
Lombardi racconta incessantemente questo momento, quando non c'è più nessuno e resta solo l'essenziale, la solitudine.

Dobbiamo andarcene?
Adesso sì.
Per sempre?
Sì.


Antonella Anedda