2010 - Carlo Sini

Carlo Sini , nel catalogo "La pazienza dell'ombra", Museo di Bagnacavallo 2011.

C’era una volta la realtà. O forse solo la superstizione del suo esserci. In ogni caso la realtà, come si dice, era là. Non ne siamo più tanto sicuri, anzi per nulla, e gli artisti, come sempre, sono i primi ad accorgersene. Sono abituati a frequentare il mondo delle parvenze e delle ombre e magari a considerarlo più vero del vero. E così oggi celebrano l’ombra, la sua paziente costanza e, come dice Manganelli, la fedeltà del doppio che essa incarna. Fedele a cosa però? Se ascoltiamo Enrico Lombardi, che dell’ombra credo sia il più attento e il più alto indagatore nella sua straordinaria opera pittorica, questa fedeltà ripete non una presenza, ma, come lui dice, un distacco atopico. L’ombra allude a un non luogo, esattamente come la chora di cui parlava Platone nel Timeo. La sua fedeltà mette in crisi, dice ancora Lombardi, ogni presunta certezza del visibile. E allora guardiamole, guardatele queste ombre che fanno da silenziose protagoniste nei quadri di Lombardi.
A uno sguardo attento non può sfuggire un fatto dapprima inavvertito e quasi mascherato: che un certo numero di queste ombre proviene da un altrove dell’immagine che non è dato vedere, ma solo presupporre silenziosamente, suggerendo però l’impressione di un altrove concreto della “realtà”. Effetto tanto più saldo perché intrecciato ad altre ombre che riproducono, con grande nettezza, esattezza ed effetto ravvicinato, la presenza nel quadro di “oggetti” precisamente delineati: alberi scheletrici, torri sottili, tetti scoscesi di case e simili. Niente potrebbe apparire più realistico e al tempo stesso più fantastico. E così l’ombra gioca in due modi la sua presunta fedeltà: da un lato abbassando l’immagine manifesta a una sorta di sogno a occhi aperti, o alla apparizione di un luogo improbabile, come nota lo stesso artista; dall’altro testimoniando di una ipotetica realtà fuori del quadro che nel suo doppio manifesta la sua perdita definitiva e irrevocabile. Un lungo addio, dice Lombardi, dove la bellezza ha perduto le palpebre: è rimasta solo una visione immobile, una presenza gelida, il liquido riflesso di un chiarore notturno, senza nessun intervallo del battito di ciglia. Occhio irrigidito di una visione allucinata. Anche la variopinta realtà dell’origine dell’ombra si è tradotta nel vuoto di un collasso cromatico, tradotto nella sapiente parsimonia di “colori al cianuro”. Quella che fu la realtà, o che credemmo che fosse, è stata avvelenata. A noi non resta che la testimonianza di un decesso. E poiché l’arte, proprio l’arte (contrariamente a quello che spesso si crede) ha a che fare essenzialmente e necessariamente col vero, questo collasso non può nasconderlo, ma deve anzi rappresentarcelo. La cifra di Lombardi non è solo, però, testimonianza diretta della catastrofe. Sulla catastrofe l’immagine ricostruisce, trova una forma, celebra il riflesso di una bellezza, la possibilità di un luogo, la necessità di una cosmologia futura, partorita dal caos, dalla sua regione, o chora, misteriosa. In una parola: l’immagine di Lombardi non nega la speranza di un nuovo rapporto, non più superstizioso, non più violento, tra la realtà e la sua ombra. Certo, un luogo che attende immobile e muto degli abitanti umani. Questi non ci sono nelle immagini di Lombardi. Infatti non possono esserci. Bisognerà prima fare l’incantesimo all’immagine (non serve appunto a questo l’arte?) e inventare una nuova “liturgia”, imparando un nuovo rito. Allora l’ombra non avrà più la sembianza di uno spettro, ma la vitalità del riflesso della luce. Intanto però è necessaria l’attesa, che si fa forza e si rincuora. E l’infinita pazienza dell’ombra, appunto. Lombardi, anno dopo anno, l’ha imparata e così la ripete inflessibile. Fedeltà della pazienza, fedeltà dell’attesa, fedeltà alla verità, senza tentennamenti, uscite illusorie, vani compromessi, perché l’ombra, per dirla tutta, è una cosa molto seria, che non è lecito ingannare, che nessuno può ingannare. Parafrasando Wittgenstein potremmo dire: nessuno può esprimere, con parole o con figure, neppure una millesima parte più dell’ombra che lui è.

Carlo Sini