2013 - Francesco Giulio Farachi

Francesco Giulio Farachi, "Enrico Lombardi. La verità dell'immagine" , Rivista Juliet autunno 2013.

"Enrico Lombardi. La verità dell'immagine"

Che anni son questi? Riguardo la produzione artistica, son tempi di complessa decifrazione; forse, speriamo, sono anni di memoria e del suo rumoroso decantamento. Nel frastuono generale, in questa ricerca non meno che convulsa di fissare nuovamente l’universo, o un nuovo universo, alla sua propria altezza, fiorisce qua e là, rara, una necessità di sospensione attenta, una guardinga urgenza di assecondare ancora la crudezza aspra a penetrare il senso delle cose, e quello del proprio agire e del proprio sentire. Pittura, poiché di questo stiamo a dire, come lessico affinato che mostri dunque l’urgenza con la meticolosità ossessiva della pura Arte. Enrico Lombardi porta sulle tele, fra l’evidenza di esangui superfici e lo stacco meridiano delle ombre più forti, la nettezza di una verità in atto, continuamente al presente, contemporanea, così da lasciar intendere per essa un altro apparire (o un altro sparire), ripropone immancabilmente il nulla-di-fatto dell’accadimento da cui nasce, da cui ci aspettiamo, il tutto dell’accadere. I quadri del pittore forlivese (gli uni e l’altro nascono a Meldola, fra severi calanchi di colline fitte, dove le prospettive e le visuali sono strette ai fianchi ma son lunghe verso ermetici infiniti, dove una solitudine lucente tinge l’aria, e i suoni e la compagnia degli altri, dove il mondo si può concentrare tutto fra le geometrie instabili e irragionevoli di uno sguardo) sono quadri di attesa, cosa si riveli al filo di uno spigolo, sul cumulo dei piani visivi, lungo il rincorrersi claustrale degli edifici e dei giardini, al di qua delle proiezioni d’alberi svettanti, e nelle opere più recenti, entro gli orizzonti di minime luci costiere. Sono quadri di confini, di limiti che non provano neanche a comporre il dissidio fra spazi, fra ulteriore e citeriore, ma che sul rasoio affilato di uno scarto tonale, di una linea d’ombra, di un salto prospettico, con matematica finitezza fermano l’illusione del visibile. O la visibile illusorietà di ogni tentativo di imporre convenzioni allo sguardo,e quindi alla pittura che ne è il vocabolario, e di tenerli entrambi in una qualsiasi sistemazione meramente formale (cosa è, e cosa significa, reale, irreale, concreto, astratto, ideale, onirico, oggettivo?) Ad esempio potremmo semplificare e dunque dire di luoghi metafisici, dove è già la parola “luoghi” a essere fuorviante, per quel suo evocare o alludere a un ambito di riconoscibilità, di orientamento possibile, di collocazione, estensione e coerenza dimensionale. Perché può essere difficile pensare il silenzio come luogo, oppure l’ombra, l’acqua, o una parete: che di norma sono elementi o sensazioni o impressioni che compongono o possono abitare il luogo. In Lombardi son luoghi essi stessi, l’immagine e la pittura inventano un cosmo per essi e mettono tale universo in relazione vitale e sensibile con il nostro mondo, in pratica costruiscono un ponte, un codice di traduzione e tradizione dall’uno all’altro. Già però questa relazione, esercizio di in-corrispondenze, esclude la neutralità. Lombardi, accennavamo, non tenta la strada insensata e inutile di riprodurre alcunché di reale, per questo i suoi “luoghi” hanno tanto poco di “terrestre”. Ma questo toglie anche ogni impassibilità all’atto pittorico, smascherandolo come impuro gioco di eventi, per nulla ingenuo e inconsapevole, e invece feroce e perentorio, tirannico, a volte amaro e tagliente, ma sempre, sempre, rigoroso, presente a sé stesso. Il pittore insegue testardamente la sua visione, esplodendo sulla tela un complesso di immagini attraverso equivalenze di ritmi e analogie segniche , con una ricorsività che già essa stessa indica un distacco assoluto dalla figura in quanto tale, dall’oggetto ritratto in quanto tale. Le forme assumono così un valore “lirico” e quasi inciampano (per memoria, nostalgia, evocazione passionale) nei loro tratti naturalistici: giardini, architetture, distese d’acqua, denti rocciosi si fanno realtà estrinsecata di un processo tutto spirituale. E tutto pittorico. I piani spaziali stanno alla superficie delle cose e la profondità si fa ambigua solo di contrasti luministici, di congiunzioni, contiguità, sovrapposizioni cromatiche. Con la conseguenza dell’avanzante, intima modificazione di percezione dell’immagine che non ritrae (non illustra, direbbe Lombardi) più nulla, ma vive unicamente la pienezza sia del processo visivo, sia di quello sentimentale da cui origina, a cui perviene. Detta così sembra una faccenda complicata, invece dinanzi ai quadri di Lombardi si riconosce subito, senza necessità di riflessione, la lucida intenzionalità con cui il pittore dà corpo alla materia pittorica, una premeditazione di proporzioni che proprio per paradosso di precisione e costanza si annulli come filtro prestabilito, accolga l’impatto emotivo della visione. Nelle stesure diacce e acidule di colore, la forma ideata/ideale diventa atmosfera e sensazione, levigata dimensione d’isolamento. Allora è chirurgia, quella di Lombardi, un risparmiare dal mondo di immagini (frenetico e dispersivo, inconsapevole e profano, scomposto e sgraziato) un’immagine del mondo. La più pura e limpida e sensibile che gli riesce di concepire. Così, questo ordine (quasi) euclideo in inerzia di spazio e tempo, questo ghiacciare le variazioni d’aria e luce, delle cose ed emozioni, togliendo da un lato qualsiasi puntuale immediatezza e dinamismo, esaltano dall’altro la forza espressiva di ogni scorcio visivo, indirizzano la ricerca estetica fino a un grado di verità più alto e più essenziale. Verità, quella combinazione di esperienze, conoscenza e meditazione, che è la stessa dello sguardo umano sul mondo.

(francesco giulio farachi)