2018 - Diego Galizzi

Diego Galizzi - "Acheropita" - nel Catalogo "Acheropita" - Bagnacavallo (Ra) 2018

ACHEROPITA

“Io tornava dal Tempio su alto di San Miniato, dove parte per satisfare alla religione, parte per affermarmi a sanità, era mio uso non raro conscendere a essercitarmi”. È Leon Battista Alberti, in un breve inciso nel trattato in forma di dialogo De iciarchia (1468), ad informarci di questa singolare abitudine di abbinare la pratica spirituale all'esercizio fisico grazie alle sue regolari salite verso la basilica che domina Firenze. Ciò che il racconto dell’Alberti tradisce è una ricerca di benessere totale, raggiungibile solamente attraverso l’esercizio, la pratica, l’applicazione quotidiana. A pensarci, questa duplice forma di sanità di spirito e corpo verrà indirettamente riaffermata quasi un secolo dopo nella prima osservazione introduttiva degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, il quale, nell’indicare la via maestra all’elevazione della mente verso Dio, non può non fare riferimento alla sfera corporale dell’uomo: «Con Esercizi spirituali si intende ogni modo di esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente e altre operazioni spirituali. Come, infatti, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l'anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell'organizzazione della propria vita per la salvezza dell'anima».
L’aneddoto albertiano ci introduce anche a quella quasi ossimorica accoppiata di precetti, ora et labora, su cui si basa la vita quotidiana di tutto il monachesimo occidentale, e dunque, anche della comunità delle suore cappuccine che fino agli anni Settanta ha trovato dimora nel complesso architettonico che oggi ospita la mostra dedicata ad Enrico Lombardi. Le opere dell’artista meldolese, come rivela l’eloquente riferimento all’opera di Loyola del suo ciclo Esercizi spirituali, sono essenzialmente meditazione, o meglio, strumento di meditazione, ausilio all’abdicazione dal mondo fenomenico. E proprio nelle celle in cui era d'uso concedersi alla meditazione “con la mente e i cuori rivolti a Dio”, come voleva San Francesco, le tele di Lombardi, così laicamente cariche di implicazioni spirituali, si distribuiscono con asciutta e posata giustezza, francescanamente private di ogni superfluo contrappunto, tanto che è impossibile non ravvisare in questo percorso visivo una particolare e per certi versi inedita continuità ideale con lo spirito di questo luogo, con la sua memoria, con la sua incessante eco.
Esercizi dello spirito, è vero, ma non solo. Come insegna una lunghissima tradizione mistica trasversale a tutte le religioni, la spiritualità procede inevitabilmente dal corpo, non annulla i sensi ma si nutre di essi. E’ il fondamento del rito, un’orchestrazione essenzialmente sensuale che gestisce i sensi in maniera liminale, straordinaria, accedendo attraverso loro alla realtà che trascende il mondo sensibile. I quadri di Lombardi perseguono questa precisa strategia rituale. Essi presuppongono un lento viaggio, tra le sale del museo, come un cammino liturgico con in mano una corda di preghiera i cui grani sono fatti di dipinti le cui forme si ripetono ossessivamente, di composizioni che si iterano pur scartando ogni volta di un poco. Ogni opera vale di per sé, ma trae significato nella serie. E inoltrarsi nella serie, in silenzio e con occhio tenace, porta a instaurare con queste immagini una relazione intensa e familiare che presto diventa litania, ritmo, e quindi vibrazione e straniamento. L’opera di Lombardi è per certi versi danza sufica, è il roteare dei dervisci, o ancor meglio è un mantra pittorico, che nella sua combinazione di formule ripetute più e più volte conduce lentamente il corpo e la mente alla vibrazione originale che rappresenta l’assoluto, e dunque ad accordarsi con qualcosa che è al di fuori della pittura e di noi. E’ un simbolismo delle forme per il quale queste ultime sono portatrici di un significato intrinseco che si rivela al di là di ogni nostra consapevolezza; a quel punto il grafema che si manifesta sulla tela non è importante per ciò che mostra o rappresenta, ma per il suo valore estetico, per come viene letto e pronunciato dall’occhio che ascolta, così come lo definisce Paul Claudel. Sono tele che in quella loro scansione di volumi, in quei passaggi cadenzati di luce ed ombra in cui l’occhio penetra, si smarrisce e si interroga, possiedono la stessa forza ascetica dell'esicasmo, di quella forma di preghiera mantrica dei monaci dell'Oriente che attraverso la ripetizione incessante di frasi rituali, modulate secondo il moto ascendente e discendente del respiro, mira alla pace interiore e all’unione con Dio. E quanti monaci del monte Athos, spingendo la ripetizione fino all’ossessione, sono piombati nel vuoto attratti dal richiamo della vertigine! Forse dietro le segrete composizioni spaziali di Enrico Lombardi c’è proprio il culto della vertigine, quella stessa vertigine, trascendente e straniante, che i pittori di icone infondevano nelle loro tavole per mezzo della luce taborica dell’oro. Non è un caso che i pittori di icone spesso praticassero l’esicasmo; chi dipinge l’irrappresentabile non può non aver sperimentato la dimensione spirituale.
In molte occasioni si è avvicinata la pittura di Lombardi al mondo dell’icona bizantina, alla quale l’accomuna la stessa strategia rituale – tutta visiva – volta a prefigurare l’invisibile. Ma nello spazio delle chiese d’Oriente non erano solo i bagliori dei fondi oro a propagarsi e a diffondere nello spazio la dimensione del sacro. Vi era anche il canto. Un canto rivelatore dell’assoluto, che si articolava in due registri simultanei e complementari: il recitativo, ossia la parte narrativa, e il bordone, accompagnamento basso, continuo e monocorde, che prendendo forza dal ritmo della respirazione era inteso come soffio dello Spirito Santo. Nei dipinti di Enrico Lombardi si avverte questo stesso canto. Ci si accorge che oltre alla descrizione figurativa fatta di semplici architetture spaziali, di cipressi, di tetti, di orizzonti troppo alti per essere ricompresi nella tela, vi è un qualcosa che per il suo stesso significato svolge il ruolo che è del fondo oro nell’icona o del bordone nel canto, e questo qualcosa è la luce. Una luce dal tono monocorde, violacea, bassa, primordiale. Come il bordone sostiene la preghiera, questa particolare luce sostiene tutta la figurazione, anzi, i due sistemi espressivi si sostengono a vicenda e ne sono la vicendevole ragion d'essere. Il risultato è un ordine fatto di armonia, un ordine superiore che a ben guardare è il vero ispiratore di ognuno di questi quadri. Parafrasando e ribaltando il celebre aneddoto della domanda rivolta dai nazisti a Picasso in merito a Guernica, “l’avete fatto voi questo orrore, maestro?”, potremmo chiedere similmente conto a Enrico Lombardi di questi paesaggi dello spirito, così pregni di armonia, di pace, di canto. L’avete fatto voi, maestro? A dire il vero no, non si tratta di opera sua. A dirla tutta, questa pittura è acheropita.